OMICIDIO DI CASSINA: SENTITI I TESTIMONI, IL 4 MARZO PARLERÀ PAROLI

CASSINA VALSASSINA – È entrato nel vivo davanti alla Corte d’Assise di Como il processo a carico di Corrado Paroli, 49 anni, accusato dell’omicidio della madre Margherita Colombo, la pensionata di 73 anni trovata senza vita nella sua abitazione di via Castello a Cassina Valsassina il 18 novembre 2024. Dopo l’audizione dei primi testimoni – carabinieri, familiari ed ex moglie dell’imputato – l’esame di Paroli è stato fissato per il 4 marzo, data in cui l’uomo potrà raccontare la propria versione dei fatti.
Secondo l’accusa, sostenuta dalla Procura di Lecco, la donna non sarebbe morta a causa di un’intossicazione da farmaci, come ipotizzato inizialmente nelle prime fasi dell’indagine, ma per asfissia da soffocamento. L’autopsia avrebbe infatti escluso un decesso provocato esclusivamente dall’assunzione di psicofarmaci, pur rilevando la presenza nel corpo di una bevanda contenente trazodone (Trittico) in concentrazione tossica ma non letale e alprazolam in dose terapeutica, sostanze che avrebbero compromesso la capacità reattiva della vittima.
La morte, sempre secondo i consulenti, sarebbe sopraggiunta per una insufficienza respiratoria acuta causata da un’azione violenta, probabilmente mediante la pressione delle mani sul volto o l’utilizzo di un mezzo morbido come un cuscino. A sostegno di questa ipotesi, l’accusa richiama alcuni segni di costrizione rilevati sul corpo dell’anziana, una petecchia sul labbro inferiore e tracce di sangue su un cuscino rinvenuto nell’abitazione.
I primi a intervenire furono i carabinieri della stazione di Introbio, allertati dall’ex moglie dell’imputato, Verdiana Galli, insospettita dal contenuto di alcune lettere recapitatele dall’uomo e indirizzate anche ai figli, nelle quali Paroli annunciava propositi suicidi e lasciava disposizioni personali.
Giunti nell’abitazione, i militari trovarono Margherita Colombo seduta sul divano, già priva di vita, e il figlio sdraiato accanto a lei in stato di semicoscienza. L’appartamento appariva ordinato e privo di evidenti segni di colluttazione. Furono rinvenute confezioni di ansiolitici, scritti con intenti suicidi, documenti, effetti personali e abiti eleganti predisposti come per un commiato. Nessuna indicazione analoga, però, riguardava le volontà funerarie della madre.
Dalle testimonianze raccolte in aula è emerso il quadro di un rapporto molto stretto, quasi simbiotico, ma segnato da frequenti tensioni. Paroli e la madre avevano convissuto prima a Primaluna e poi si erano trasferiti a Cassina Valsassina per consentire all’uomo di assisterla dopo una caduta e per i suoi problemi di salute.
Secondo quanto riferito dall’ex moglie e da alcuni familiari, Margherita Colombo aveva un carattere difficile, talvolta aggressivo e verbalmente offensivo, anche nei confronti dei nipoti. Una presenza definita “ingombrante”, che avrebbe inciso pesantemente anche sul matrimonio poi naufragato di Paroli. Nonostante ciò, i testimoni hanno descritto l’imputato come premuroso e disponibile, disposto a lavorare di notte pur di accudire la madre durante il giorno.
Dopo il ritrovamento, Paroli fu ricoverato all’ospedale di Lecco per un tentativo di suicidio. Durante la degenza, inizialmente considerato persona informata sui fatti, rilasciò dichiarazioni in forma scritta a causa delle sue condizioni fisiche. In uno di questi appunti, interrogato sul rapporto con la madre, avrebbe scritto una frase durissima: “La odio“.
Un medico psichiatra, ascoltato come teste, ha riferito che l’uomo appariva lucido ma profondamente provato, animato da un forte senso di fallimento personale come marito, padre e professionista, aggravato da vicende giudiziarie passate legate al noto scandalo dei rimborsi regionali e dalla crisi familiare. In ospedale, Paroli avrebbe anche tentato nuovamente di togliersi la vita utilizzando il cavo di un saturimetro.
Paroli si è sempre proclamato innocente, negando di aver voluto la morte della madre. Ha sostenuto che la bevanda contenente i farmaci fosse stata preparata per sé e non somministrata alla donna e che, semmai, fosse lui “l’unico che avrebbe dovuto farla finita”. Nei giorni successivi al fatto aveva raccontato di aver trovato la madre assopita sul divano al suo rientro a casa e di aver poi bevuto la tisana “avvelenata”.
Nessun familiare si è costituito parte civile. Il procedimento, celebrato davanti alla Corte presieduta dal giudice Carlo Cecchetti, proseguirà con l’escussione degli ultimi testimoni e dei consulenti delle parti.
Il momento più atteso resta ora l’esame dell’imputato, fissato per il 4 marzo, quando Corrado Paroli – attualmente detenuto – sarà chiamato a confrontarsi direttamente con le accuse e a fornire la sua versione su uno dei casi più drammatici e complessi degli ultimi anni in Valsassina.
RedGiu