DOPO IL CASO DI BULLISMO A INTROBIO: QUALCOSA SI MUOVE?

INTROBIO/CREMENO – Qualcosa si muove, ma non dove ci si aspetterebbe. Il grave episodio di bullismo alle medie di Introbio – il tredicenne che sarebbe stato colpito con una forbice dopo un lungo periodo di vessazioni, emerso grazie alla segnalazione di familiari e poi raccontato da VN – continua a interrogare la comunità valsassinese su come la scuola e le istituzioni gestiscano situazioni tanto delicate.

Dal mondo scolastico ufficiale, però, non arriva nulla: nessuna comunicazione pubblica, nessuna nota di chiarimento, nessuna informazione formale sull’eventuale percorso attivato dopo l’aggressione in classe, nonostante i tentativi di contatto nei giorni immediatamente successivi ai fatti con l’Istituto comprensivo “San Giovanni Bosco” di Cremeno, a cui fanno capo le scuole medie di Introbio. Legittima la scelta della discrezione, ma di fronte a un caso di violenza che ha richiesto il ricorso al pronto soccorso e ha lasciato un ragazzo spaventato e una famiglia in cerca di risposte, il silenzio pesa e alimenta dubbi e critiche.
In paese, e non solo sui social, molti genitori si domandano se e come sia stato trattato l’episodio, che coinvolge ragazzini poco più che bambini, con alle spalle storie personali e fragilità che richiederebbero un’alleanza educativa forte tra scuola, famiglie, servizi e territorio. Non si tratta solo di “punire i bulli”, ma di capire se esistono protocolli chiari, procedure condivise, momenti di ascolto e percorsi di supporto psicopedagogico quando le relazioni tra pari degenerano in atti ripetuti di prevaricazione.
> UN CASO NON SEGUITO ADEGUATAMENTE (da La Tecnica della Scuola):

Se qualcosa si sta muovendo, pare farlo altrove: a livello di comunità locale, con amministrazioni comunali e Unità parrocchiale che, secondo quanto trapela, stanno valutando l’organizzazione di incontri pubblici sul tema del bullismo e del cyberbullismo, coinvolgendo specialisti del settore e cercando di mettere intorno allo stesso tavolo genitori, educatori e ragazzi. Non sarebbe la prima esperienza in Italia di “rete” tra enti locali, scuole e realtà ecclesiali per costruire percorsi di prevenzione e formazione; laddove queste iniziative sono decollate, hanno contribuito a creare un clima in cui chi subisce trova più facilmente voce e chi assiste smette di voltarsi dall’altra parte.
Resta però una sensazione di vuoto comunicativo da parte dell’istituzione scolastica direttamente coinvolta. Nessuno chiede di mettere alla gogna minori, né di spettacolarizzare la sofferenza di chi è rimasto ferito; ma una parola pubblica – anche solo per ribadire che il caso è seguito, che esistono regole e strumenti, che nessuno sarà lasciato solo – avrebbe un valore simbolico forte per l’intera comunità educativa. Nel frattempo, gli articoli di VN hanno acceso i riflettori su una vicenda che altrimenti rischiava di rimanere confinata tra corridoi e mormorii, e il dibattito che ne è nato può diventare l’occasione per fare un passo in più rispetto al “non detto” che per troppo tempo ha circondato il bullismo.
Se davvero qualcosa si muove dopo il caso di Introbio, sarà il territorio intero a doverlo dimostrare, con scelte trasparenti, percorsi condivisi e la capacità di trasformare uno choc in un impegno stabile a proteggere i più fragili, senza lasciare che il silenzio faccia ancora una volta da protagonista.
VN