DON STEFANO COMMENTA IL VANGELO DELLA QUARTA DOMENICA DI PASQUA

“Hai capito che mi importa di te e non mi importa di me?” Mi sento rivolgere questa domanda da Gesù pensando di leggere questo brano di vangelo durante la celebrazione dell’eucarestia. Gesù ci dice che ci conosce, individualmente. Conosce il nostro nome, ci chiama. Gesù ci dice che vuole darci una vita bella, buona, ci vuole condurre dove possiamo trovare ciò che veramente nutre il nostro cuore: pace, gioia, speranza. Vita eterna vuol dire: vita autentica, vita per sempre, vita di Dio, vita a prescindere. La vita eterna è un posto, il mio, fra le mani di Dio.
E per questo Gesù è pronto a tutto, è pronto a dare la sua vita. Custodisce, difende, libera per dare vita.
Nessuno è escluso da questo desiderio. Nessuno, che resti indietro, che si perda, che cada.
È un desiderio che raggiunge tutti, chi ha a che fare con lui anche senza saperlo (“ho anche altre pecore che non sono di questo ovile”) o chi non ha ancora sentito la sua voce.
C’è una profonda comunione tra Gesù e il Padre in questo desiderio di darci vita in pienezza.
E lo Spirito Santo ci aiuta a discernere e comprendere quale è la voce di Gesù pastore, autorevole, vera, diversa rispetto a quella di chi si propone come nostra guida ma cerca solo il proprio interesse e non si fa scrupoli ad abbandonarci nelle avversità e nei pericoli, nelle minacce. Al primo posto nel cuore del mercenario ci sono solo i propri interessi.
E noi, in ogni eucarestia dovremmo cercare tutto questo.
Dovremmo desiderare poter sentire ancora la sua voce così piena di tenerezza e amore esagerato che ci incoraggia a seguirlo, lasciandoci poi condurre da lui perché lui sa ciò di cui noi abbiamo davvero bisogno.
Dovremmo cercare la sua protezione, il suo cuore come rifugio sicuro dove lasciare le nostre paure, le nostre ansie, le nostre domande irrisolte.
Sarebbe bello, in ogni eucarestia cercare Gesù per essere aiutati a smascherare i mercenari cui a volte, sbagliando, affidiamo la nostra vita e la vita di chi ci sta a cuore. Nell’ascolto della sua parola ci è offerta sempre la possibilità di riconoscere voci e promesse false, pericolose, addirittura mortifere.
Dovrebbe esserci gioia profonda, quella che abita il cuore di chi sa di essere ritenuto meritevole addirittura del dono della vita di chi ci sta amando più di ogni altra cose.
La consapevolezza di essere il suo gregge dovrebbe farci percepire l’essere qui insieme come una enorme fortuna, un privilegio. Dovrebbe far nascere in ciascuno di noi il desiderio di aiutarci vicendevolmente a seguire Gesù.
Dovremmo essere qui desiderosi di vedere ogni volta altre pecore entrare con fiducia in questo nostro ovile perché non c’è niente di più bello che gioire della gioia di chi amiamo, della gioia di Gesù.
Don Stefano Colombo
Casa Paolo VI – Concenedo